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TOMMASO IORCO

L'ORA DELL'INATTESO

romanzo







Estratto
Il volume completo è acquistabile qui (Link)

Copertina L'ora dell'inatteso


Anastasia

Anastasia è una giovane donna intraprendente, sensibile e curiosa.

Esattamente come te e come tutti noi, cerca di vivere intensamente e, al tempo stesso, vuole capire, vuole sapere.

Il suo percorso di vita non è molto differente da quello di ciascuno di noi: dopo gli studî, ha tribolato parecchio per districarsi nella giungla lavorativa e riuscire a ottenere un impiego, sia pur precario; custodisce gelosamente alcuni affetti (con una speciale predilezione per gli esseri a quattro zampe); inoltre, adora l’arte, ama la lettura ed è un’inguaribile sognatrice.

Un giorno,  quasi per caso,  entra in  contatto  con

un singolare manoscritto, il cosiddetto TREMME, che indica un bivio epocale in cui noi tutti ci troviamo, suggerendo anche come imboccare la traiettoria conducente a un immane ribaltamento terrestre.

Come ha fatto a entrare in possesso del prezioso testo? E fino a che punto il suo contenuto ha potuto cambiarle la vita?

È quello che scoprirai nelle pagine che seguono, dove è lei stessa, in prima persona, a raccontare il proprio vissuto. Ma, per seguirne le peripezie, occorre tornare indietro di qualche anno: infatti, la prima svolta cruciale si produsse per lei nell’estate del 2003.

Mi crederesti, tu che stai per calarti nel vivo delle vicissitudini di Anastasia, se ti dicessi che ognuno di noi è direttamente coinvolto in questa avventura e che anche tu fai parte della storia che lei sta per illustrarti?

Per il momento, mi basta assicurarti che capirai in che modo il contenuto di quel manoscritto ha potuto cambiarle la vita.

Strada facendo, scoprirai come potrebbe cambiare la tua.

Ecce Femina!

1
Appuntamento (col Destino)



«Scivolare in un altro ritmo, quasi senza accorgersene. E trovarsi immersi in un meraviglioso ignoto. Il mondo allora si rivela altro da quello che noi vediamo e pensiamo attualmente».

Da qualche giorno, queste parole risuonavano come una eco insistente, talvolta un po’ ovattata, nella mia testa. Le avevo colte di soppiatto su un foglio appoggiato distrattamente sullo scrittoio di una pittrice, fra una confezione di carta da lettere decorata e alcune fotografie molto suggestive (in bianco e nero) della città vecchia di Damasco.

Ero andata a trovarla per recarmi con lei a                    

un appuntamento di lavoro.

Grazia, l’artista, mi aveva aperto la porta con un sorriso che implorava indulgenza; indossava un accappatoio color crema e in testa aveva un asciugamano celeste che le racchiudeva i capelli al modo di un turbante. Dopo avermi fatta accomodare, si scusò per non essere ancora pronta e, allontanandosi da me, promise che le sarebbe occorso pochissimo tempo per finire di prepararsi. «Se vuoi bere qualcosa, vai pure in cucina e fai come se fossi a casa tua; in frigo trovi dell’orzata e nel congelatore c’è del sorbetto al mirtillo», mi disse prima di chiudersi in bagno.

Rimasta sola, mi sedetti su una poltrona del soggiorno e incominciai a guardarmi un po’ in giro; non ero mai stata a casa sua: la stanza, spaziosa e disadorna, ricordava vagamente lo stile essenziale                    

e ammirevole di un ryokan, mentre un’ampia finestra si apriva su un terrazzo stracolmo di piante fiorite.

Era una torrida giornata di luglio: il sole dardeggiava da settimane, con feroce accanimento. L’intera città era assediata dall’afa, e quell’attico non faceva certo eccezione, a malgrado dello spazio verde sulla terrazza. Dopo un paio di minuti di attesa, decisi di alzarmi, per osservare meglio quel rigoglioso intrico di vegetazione; notai che lungo l’intero parapetto era stata sapientemente disposta una fila di grossi vasi di piante sempreverdi, in modo da occultare i palazzi di fronte, facendo quasi scordare di trovarsi in un quartiere di Torino: quell’esplosione di smeraldo e di fiori policromi, e un vasto cielo turchino luminoso, occupavano per intero il campo della visione.

Poi, quando il mio sguardo tornò                                       

all’interno dell’appartamento, cadde sul grazioso secrétaire accuratamente inserito in una nicchia accanto alla finestra. Ed ecco la scoperta della frase che avrebbe ronzato a lungo dentro di me, come un sottofondo velato, deliziosamente caparbio. Per discrezione, non osai chiederle nulla. Temendo anzi di avere violato qualcosa di intimo e personale, tornai immediatamente a sedere e me ne stetti lì buona buona fino all’arrivo di Grazia, vestita di tutto punto, con un abito dai colori tenui che metteva particolarmente in risalto la sua carnagione pallida e i capelli biondi, sciolti lungo la schiena e ancora leggermente umidi.

Che cosa volevano significare quelle parole? Esprimevano indubbiamente qualcosa di enigmatico, eppure suonavano così familiari! E ritornavano a intervalli pressoché regolari, con un bussare gentile ma pervicace, in attesa di essere  ospitate con i dovuti

onori. Certe frasi, talvolta, danno l’impressione di possedere una vita propria e quasi del tutto autonoma da chi le ha scritte, come fossero dotate di una loro personalità indipendente, una forza peculiare, un destino e un percorso simili a quelli di un viandante che si aggira curioso in un paese sconosciuto, alla ricerca di qualcuno che possa presagire le sue intenzioni benevole e accoglierlo con simpatia.

Mi tornò alla memoria quella volta in cui, da adolescente, tutto si ribaltò in un grande ignoto... Per il mio dodicesimo compleanno, uno zio insegnante di chimica mi regalò un microscopio ottico e mi mostrò il suo funzionamento: ciò che scorsi attraverso i visori binoculari mi sbalordì. «E questo non è nulla!», mi disse zio Giorgio, aggiungendo: «La realtà è ancora più complessa. Guarda la tua mano, il tuo corpo, questa tavola, la sedia: tu credi siano stabili, composti di   materia   solida,   e  invece   sono   tante   minuscole

particelle che danzano in continuazione».

Queste parole produssero nella mia testa di ragazzina una tale rivoluzione! Subito mi dissi: “Se le cose stanno così, che cosa è veramente reale?”. Presto, chiesi alla mamma dei chiarimenti e, più tardi, pure al babbo: tutti sembravano confermarmi che la materia era un insieme di innumerevoli ‘atomi’ roteanti, impercettibili a occhio nudo, e che gli oggetti tangibili (fino a quel momento talmente concreti per me!) non costituivano affatto la realtà essenziale della materia.

Da quel giorno, un senso di mistero non mi abbandonò mai più, spronandomi e braccandomi senza sosta. “Ma allora — non smisi di chiedermi — CHE COSA È DAVVERO REALE?”. Finiti gli studî liceali, fui quasi tentata di iscrivermi alla facoltà di fisica,   per    approfondire    la   meccanica   quantistica,

sebbene alla fine prevalse il mio viscerale amore per la letteratura. In ogni caso, la netta impressione che la vita nasconda un qualche segreto, sempre eluso finora, mi ghermiva nel mezzo di questa nostra esistenza, in cui occorre districarsi in un groviglio assordante e convulso di strade d’ogni tipo, conducenti a un riposo notturno che sprofonda in una voragine d’incoscienza, da cui riemergere la mattina successiva e riprendere la solita commedia, sotto diversi costumi, nelle latitudini più disparate, attraverso epoche inesauste. E se tutto quello che noi consideriamo reale fosse solo un’apparenza? Oppure, magari, la deformazione di una qualche realtà ancora ignota?

Per cercare una risposta a tali quesiti, mi gettai a capofitto nella lettura, intenzionata a scoprire se un qualche essere prima di me fosse riuscito, anche solo in   parte,   a   cogliere   il  mistero,   a   sollevare  il   velo

dell’enigma di questa esistenza e lo avesse rivelato — per me, per l’intera umanità.

Al mio fiuto, infallibile come solo noi donne talvolta dimostriamo di avere, le religioni mi apparvero talmente aggrovigliate a una massa dogmatica di apparati dottrinarî viscidi e tentacolari, fluttuanti tra settarismi e sentimentalismi alla deriva, che risultava davvero impossibile gettare via l’acqua sporca senza sbarazzarsi pure del bambino. D’altro canto, per vie completamente differenti, anche le varie filosofie dell’intelletto parevano soffocare, sotto una coltre pretenziosa di infinite elucubrazioni e dissertazioni e speculazioni, la luce che tentavano faticosamente di cogliere. Soltanto la poesia, a tratti, mi aveva permesso di intravedere, nudo, puro, cristallino, il limpido riflesso di un qualche sole sfolgorante. L’incantato Azzurro di Mallarmé, i milioni d’uccelli d’oro    di    Rimbaud,   gli    infiniti   spazi   che   Leopardi

intravide oltre le siepi degli umani limiti, gli scrosci di risa delle pastorelle nei boschetti incantati di Vṛndāvana descritti da Nammāḻvār, la coppa traboccante del rosso vino dell’ebbrezza di Rūmī, il vasto oceano tranquillo di Campana, in cui il fiumiciattolo della nostra esistenza trova infine riposo, la delicata dolcezza dei voli lirici di Shelley e di Keats e le solitarie contemplazioni di Wordsworth, la lucida follia di Hölderin e i versi esoterici di Pessoa, le corolle colme di mistica rugiada di Khayyām o la divina sensualità di Kālidāsa, i canti spirituali di Novalis o i sognanti rapimenti notturni di Juan de la Cruz, gli orgiasmi orfici di Rilke e le canzoni d’amore di Kabīr e di Mīrābāī, fino ai luminosi paradossi (vagamente poetizzanti) di Lao Tse, mi hanno fatto intravedere armonie arcane. E, sopra tutti, i segreti abissali, enigmatici, tremendamente vetusti, contenuti nella poesia universale dei poeti vedici e upanishadici,

troppo presto intrappolati nelle pesanti maglie del dibattito metafisico, dell’eristica, delle rigide gabbie indologiche o teologiche o di affini illogiche umane ossessioni di voler mettere tutto in scatola, catalogarlo per bene nei polverosi schedarî della nostra mente, etichettarlo, per poi seppellirlo nei bianchi sepolcri dell’inane.

La Verità, constatai, se esiste (una punta di scetticismo non guasta mai), deve apparire parecchio scomoda e imbarazzante agli uomini, dal momento che una sola goccia furtiva viene così rapidamente rinchiusa in una teca di cristallo o in un sarcofago, venerata o rinnegata, ma in entrambi i casi bandita dall’esperienza concreta della nostra esistenza quotidiana, resa volutamente remota, troppo lontana dai costumi, dalle abitudini, dalle regole sociali del vivere comune, per dimostrare — mediante un sistema di ingegnosi cavilli — che essa non può e non

potrà mai appartenere a questo mondo, destinato per l’eternità a turbinare in un vuoto interatomico.

Essendo per natura alquanto ostinata, non ho mai voluto arrendermi a una concezione tanto ristretta. Eppure, giunta ormai nel mezzo del cammin, non mi era riuscito di trovare altro che luminosi squarci poetici e musicali, folgoranti, senza dubbio — talmente vividi e accesi da far apparire l’umana esistenza ancora più insopportabilmente grigia; a ogni modo, avevo potuto rilevare un primo dato di fatto, per nulla trascurabile: alcuni artisti, in privilegiati e rarissimi ‘momenti di grazia’, hanno potuto cogliere qualche barlume dell’acerbo indegno mistero delle cose. E se Platone volle escludere i poeti dalla sua repubblica ideale, insieme a retori (che utilizzano la parola per tentare di subornare), sofisti (i cui paralogismi sono tesi a ingannare) e preti (i quali basano  il  loro  proselitismo sulla cieca catechesi e su

una morbosa creduloneria spacciata per pístis) la motivazione era ben altra: a differenza di queste tre categorie, accomunabili da volgari intenzioni manipolatorie, il poeta veniva bandito a causa della polivalenza che egli accorda al linguaggio, ritenuta pericolosa agli occhi di quanti sognano una società regolata dalla ragione — i poeti, infatti, sono gli arrischianti per eccellenza, coloro che osano smarginare dalla ragione (trasgredirla, eccederla, oltraggiarla) —, ben consapevoli di quanto essa sia per l’appunto indegna, vale a dire, intrinsecamente impossibilitata a cogliere il ‘mistero delle cose’: la ragione è analitica per definizione, seziona e circoscrive, riduce tutto in formule univoche e frammenta, illudendosi in tal modo di catalogare l’indivisibile complessità del reale.

Non avevo neppure scordato le parole di Luca, uno  dei  miei  primi  colleghi  di  lavoro  che,  un giorno,

durante il tirocinio universitario, mi disse: «Sai, a volte rifletto su quanto la felicità sia fuggevole. Prendi lo scorrere del tempo, per esempio: nel corso di ogni nostra singola giornata, su ventiquattro ore, ne impieghiamo mediamente otto per dormire, altre otto per lavorare e, delle otto rimanenti, fra incombenze, tragitti, noie e complicazioni varie, quanto tempo rimane per noi stessi? Qualche breve attimo? Non è assurdo?». Difficile dargli torto. E se si pensa che, in varie parti del mondo, molti, troppi esseri umani sono ancora costretti a lavorare dodici ore al giorno o anche più per una misera ciotola di riso, mentre altri non riescono neppure a procurarsi quella, assediati dalla fame, dalla guerra o dalla malattia, beh, si capisce perché certi poeti abbiano sviluppato una sorta di “pessimismo cosmico” (altra stupida etichetta appiccicata dai saccenti del nulla).

La  prima  conclusione  cui  la  riflessione del buon

Luca mi condusse, fu di cercarmi un’occupazione che riempisse le otto ore lavorative quotidiane in modo creativo, magari anche divertente, se possibile.

Ovviamente, dovetti presto scontrarmi con la dura realtà e con le sue spietate ʻleggiʼ: nepotismi, raccomandazioni, favoritismi, oltre allo strisciante maschilismo che pare essere il sottofondo comune di tutti gli ambienti lavorativi. Pertanto, l’avere accettato un lavoro precario e sottopagato come ricercatrice universitaria, paradossalmente mi fece apparire quasi una privilegiata rispetto a tante mie conoscenti, rassegnate nell’essersi dovute piegare a condizioni ben più umilianti.

Quanto al povero Luca, per una strana ironia del destino, si trovò costretto ad accettare uno dei posti di lavoro più ambiti e insieme più squallidi che esistano. Terminato il tirocinio lo persi di vista ma, qualche anno

dopo, entrando in uno di quegli edifici impeccabili che ospitano le più efficienti organizzazioni a delinquere legalizzate, venni condotta in un ufficio e lo trovai affaccendato dietro una scrivania stracolma di moduli, computer, telefoni, calcolatrici e altre simili stregonerie tecnologiche, sotto la luce livida di un neon: guardandolo in faccia, notai subito che la dolcezza un po’ malinconica dei suoi occhi giovanili, illuminati da una brillante sagacia, si era come offuscata: adesso, lo sguardo pareva spento e, in più, una curva appesantiva l’arcata superiore delle palpebre, conferendogli un’espressione sconsolata, ben camuffata dietro un aspetto assai curato, un atteggiamento efficiente da perenne affaccendato e un eloquio spedito e sicuro. Risultava davvero troppo simile, la sua, alla maschera dei molti suoi colleghi — in quella o in analoghe banche sparse per il mondo. Noi   italiani   saremo   anche   un   popolo   di   genî,   di

esploratori e di artisti, ma quell’invenzione lì potevamo risparmiarcela.

Al contrario di Luca, riuscii a evitare un impiego sedentario e monotono, pur pagando un salatissimo scotto in termini salariali e contrattuali. Se non altro, lavorare come ricercatrice universitaria mi diede l’opportunità di effettuare viaggi in varie parti del mondo e compiere appassionanti ricerche letterarie (che mi permisero di recuperare, tra le altre cose, la parte mancante del fascinoso dramma satiresco Ichneutaí — “I cercatori di tracce” — di Sofocle, riuscendo in tal modo a identificare precise connessioni tra le sacre giovenche di Apollo e le vacche-di-luce di Sūrya), e di dedicarmi, nel tempo libero, alle mie passioni artistiche e a coltivare pochi ma forti legami affettivi, oltre a uno sconfinato amore per la natura, che mi spinse a lasciare l’atmosfera della     città,    carica     di     opportunità     ma    piuttosto

soffocante, per rifugiarmi in una piccola ma confortevole casetta immersa nel verde, nel dolce paesaggio collinare di Pino Torinese.

2
Amata



Oasi Amata: con questo buffo nome volli battezzare la mia abitazione. Ancora oggi non saprei spiegare con precisione perché Pino Torinese e non un altro luogo del Piemonte, o addirittura un’altra zona d’Italia, come il piacentino, o la bella campagna toscana, umbra, marchigiana, oppure la Sicilia dei miei genitori (se non, addirittura, Malta, dove un lungo soggiorno di lavoro, nel complesso megalitico di Ħaġar Qim e nell’attiguo tempio di Maenaidra, mi permise di respirare qualcosa di indescrivibile, che si fissò dentro di me con particolare intensità), io che ho sempre patito il freddo e che d’inverno accettavo molto   volentieri   di   effettuare  ricerche  in  quei  paesi

d’Oriente dove l’inverno è poco più di una convenzione lessicale.

Senza dubbio il vero responsabile, come al solito, doveva essere stato quel qualcosa di indefinibile che gli uomini (per quel dannato vizio di etichettare tutto) chiamano “il caso” — una parola che, in fondo, fin dalla sua derivazione etimologica dal latino cāsus, ‘caduta’, non significa assolutamente nulla e che pare essere stata creata per evitare l’imbarazzo di ammettere la propria ignoranza, esattamente come quando i medici affibbiano a un qualche disturbo fino ad allora sconosciuto un nome greco o latino di grande effetto (Monsieur Purgon docet), soddisfatti di avere scoperto e catalogato quella nuova malattia, di cui però non conoscono ancora né la causa né, tanto meno, il rimedio.

Sta   di   fatto   che,   quando   per   la    prima  volta

effettuai il sopralluogo della casa destinata a diventare la mia dimora per così tanti anni, alcuni elementi considerati ‘irrazionali’ mi colpirono positivamente, a cominciare dalla grande scritta posta all’ingresso del centro abitato — “Pino T.se” —, che mi fece ricordare il nome di uno di quei saggi cinesi, profondi, enigmatici, paffuti, meravigliosamente ambigui. «È Chuang Tse che stanotte ha sognato di essere una farfalla, oppure è la farfalla che ora sogna di essere Chuang Tse?». E tutto ritornava ancora una volta alla domanda della mia infanzia: “Che cosa è davvero reale?”.

Ero assorta in simili pensieri — e, soprattutto, sulla frase catturata di frodo — mentre me ne stavo nella nicchia del mio gazebo ricoperto di rose rampicanti, circondata da garofani e tagetes, seduta accanto al mio imperturbabile tavolo ovale in pietra, di fronte   a   un   paesaggio   incantevole,   con   il  terreno

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