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ERACLITO E I MISTERI VEDICI


È alquanto improbabile che Eraclito abbia potuto leggere il Ṛgveda, tuttavia è sorprendente notare il parallelismo ravvisabile tra alcune sue poderose intuizioni sul fuoco (e sulla folgore) e le valenze rigvediche accordate al dio Agni.

Che possano effettivamente esserci state delle influenze vediche con il pensiero di Eraclito, e non semplici convergenze casuali, non è una nostra congettura. Basti citare Martin Litchfield West, uno dei più rinomati grecisti della nostra epoca, il quale, nel suo saggio La filosofia greca arcaica e l’Oriente, nota che la concezione di Eraclito relativa al «reciproco scambio degli elementi, deriverebbe dalla teoria della nascita e della morte presente nelle Upaniṣad. Anche la famosa dottrina eraclitea della guerra come madre di tutte le cose deriverebbe dalla concezione zoroastriana della lotta fra i due dèi opposti. A proposito di Eraclito, dunque, si può affermare che il suo pensiero conserva chiare tracce di influenza derivante dall’India, attraverso la Persia».

Eraclito (ca 535-475 a.C.) visse in un’era presocratica, in cui la filosofia greca ancora si abbeverava presso le fonti dei Misteri orfici o eleusini. Il filosofo non era tanto un pensatore nel senso moderno del termine, quanto un cercatore della verità mediante l’intuizione e la visione diretta.

I frammenti sopravvissuti delle sue opere, al pari dei suoi scintillanti aforismi, rappresentano squarci luminosi giunti dai cieli dell’intuizione e, con ogni evidenza, non possono essere minimamente ascrivibili all’operato della ragione con i suoi strumenti di analisi; l’origine è incontrovertibilmente soprarazionale. Non a caso, il razionalissimo Aristotele, che deve aver letto le opere di Eraclito per intero, lo definisce “l’oscuro” (skoteinòs), e perfino Socrate ammette la difficoltà di penetrare le sue parole.

«L’universo, uguale per tutti gli esseri, non è stato creato da alcun dio né da uomo: è sempre stato, sempre è e sempre sarà, in forma di fuoco semprevivo, che regolarmente si accende e regolarmente si spegne».

Una simile affermazione non è certo il prodotto dell’intelletto raziocinante, e può essere compresa appieno solo risalendo alla medesima fonte da cui è scaturita. È vero che quanto viene qui espresso a proposito dell’eternità dell’avvicendarsi universale è stato in parte confermato da alcune scoperte scientifiche recenti (e ancora in corso di elaborazione), tuttavia la sua vera essenza travalica i confini della scienza e della filosofia metafisica.

Nel Ṛgveda, il dio Agni non è solo il dio del fuoco materiale: esso rappresenta la fiamma sacra che viene accesa nell’intimo dell’uomo nella notte dell’incoscienza e che ascende verso i cieli della sopracoscienza — è “l’immortale nel mortale”; al tempo stesso, Agni è la Volontà universale, la Forza cosmica che presiede e regola il governo dei processi dell’intera manifestazione, vista come un eterno divenire senza soluzione di continuità, seppur con fasi alternate (ed eterne) di “creazione” e di “dissoluzione”. A questa concezione Eraclito sembra fare eco, quando scrive: «La folgore è al timone dell’universo». Oppure, in un altro aforisma assai più esplicito: «In cambio del fuoco si hanno tutte le cose e di tutte le cose il fuoco: come in cambio dell’oro le merci e delle merci l’oro».

A proposito della folgore, vi sono svariati passaggi vedici e vedantici che la utilizzano a immagine dell’Assoluto e dei suoi elementi fenomenici, che da essa scaturiscono (compresi i secondi, i minuti, le ore — vedi la Mahānārāyaṇa Upaniṣad, I.8, inclusa nell’Atharva Veda). Una delle Upaniṣad vediche più antiche, la Bṛhadāraṇyaka (allegata allo Yajur Veda), afferma senza mezzi termini che “Brahman è la folgore” (V.VII.1). Non a caso, il già citato prof. West rileva che «la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad getta maggiore luce su quanto Eraclito andava sostenendo assai più di quanto non ricaviamo da tutti gli altri presocratici messi insieme» (op.cit.).

Agni è «conoscitore della Verità», colui che conduce l’umano aspirante in alto, verso quel Sole-di-Verità (vedi la concezione eraclitea del Sole come un bacile pieno di fuoco) che è la sua stessa dimora e da cui è disceso in forma di fiamma sacra per aiutare gli uomini nel percorso di scoperta di sé. Quando l’umano ricercatore arriva a ospitare il dio Agni nell’intimo di sé, mantenendolo acceso nel proprio santuario interiore, giunge a percepirlo in forma di ardente aspirazione, di inarrestabile anelito verso il divino — un bisogno d’infinito che apporta, al tempo stesso, un senso di appagamento infinito. Anche considerate secondo questa accezione, le massime di Eraclito collimano puntualmente:
«Bisogno e sazietà è il fuoco: il fuoco verrà e giudicherà tutte le cose».

Lo stesso principio greco del Logos, Eraclito lo concepisce come un fuoco sempre vivo che, pur mutando in continuazione la propria forma, è eternamente acceso e non smette mai di bruciare. Ancora una volta, la sintonia con Agni è sorprendete: il dio rigvedico, infatti, si manifesta dapprima in forma di voce (vedico Vāc, latino Vox) che, grazie all’emissione del mantra, permette all’iniziato di compiere il proprio viaggio verso le vette della Gnosi.

In questo breve articolo sarebbe decisamente troppo complesso addentrarsi nella concezione rigvedica delle Acque (Apas), divinità rappresentanti le multiple estensioni dell’Essere, e del dio Agni che, dopo essersi diviso in due metà (una nascosta nelle regioni del cielo, l’altra negli abissi oceanici della terra), riemerge dalle Acque in forma di “terzo fuoco”. Ci limitiamo pertanto a riportare un frammento di Eraclito che risulterà alquanto esplicito a chi ha compulsato la nostra traduzione del Ṛgveda. Ecco la nostra ultima citazione del sofo di Efeso:
«Mutazioni del fuoco: dapprima oceano, e dall’oceano una metà terra e una metà fiamma in cielo».



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