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RECENSIONE SUL ṚGVEDA A CURA DEL DOTT. KENAN DIGRAZIA


Cerco le parole più opportune per sintetizzare in poche righe il turbinio di emozioni che la lettura del volume ṚGVEDA de “La Calama editrice” suscita in me da ormai sei mesi a questa parte.

Sin dal primo momento in cui aprii la solida confezione nella quale mi fu inviato, sono stato catturato dalla pregevole fattura del volume, dalla sua consistenza fisica, dalla sua resa grafica ed impaginazione, ma anche e soprattutto dal suo spessore intellettuale. Ad ogni quotidiana apertura delle sue pagine, meditando sugli inni che stanno alla base della nostra civiltà indoeuropea (e non solo), vengo catapultato dalle miserie quotidiane di un mondo dominato dalla tecnica al dialogo, nella placida serenità delle pianure dell’Asia di migliaia e migliaia di anni fa, con quei grandi uomini che in forma poetica lasciarono ai posteri le massime scoperte dello Spirito umano. Tutto ciò accade perché Tommaso Iorco, memore dell’avvertimento di Śrī Aurobindo che “qualsiasi trasposizione di una poesia così sublime come quella degli inni del Ṛgveda (...) deve offrire almeno una fievole eco della sua forza poetica, se non vuole ridursi a un mero esercizio accademico privo di vita”, fa emergere attraverso un’evidente mole di lavoro di revisione e di limatura (durato circa vent’anni), questo o quell’altro vocabolo italiano in grado di toccare le corde dell’animo e della mente in vibrazione sincrona alla pura parola vedica. D’altronde, se si vuole seguire l’essenza dei Veda, non si può non realizzare che essi sono il progressivo chiarificarsi dell’Aurora, della Parola che rivela Se stessa - e ciò accade, naturalmente, per tutte le lingue e le parole in Essa comprese.

Vorrei ora accantonare per un momento la contemplazione estatica dei primi giorni di lettura, che ho cercato di trasmettere nel precedente paragrafo, per concentrarmi sul lato dei contenuti e della qualità dell’opera sotto l’occhio analitico dei mesi successivi. Innanzitutto la traduzione in endecasillabi. Chiunque abbia tentato di cimentarsi con la traduzione della poesia Ṛgvedica (come il sottoscritto) conosce le difficoltà tecniche dell’impresa, entro le quali Iorco si muove con disinvoltura davvero sorprendente, per giunta con l’ulteriore riduzione dei gradi di libertà dovuta al numero fissato di sillabe per verso. Quest’ultimo dettaglio viene ovviato variando il numero di versi che ciascuna stanza possiede, così da adattare elasticamente il ritmo delle parole italiane al metro poetico. Non di rado la corrispondenza è impressionante, andando perfino a ricalcare il beat degli accenti recitativi nella struttura italiana!

In secondo luogo, la lingua. Precisa, attenta, puntuale e senza alcun volo pindarico di fantasia. Ma neppure senza una corrispondenza pedantemente meccanica del vocabolario, il che è il vizio delle prime traduzioni integrali in italiano di fine ottocento/inizio novecento (così come in inglese o in tedesco), seppure ammirevoli per il loro sforzo (è il caso di V. Papesso). Iorco guarda piuttosto alla poetica di M. Kerbaker, senza però ridurre il testo al rango di semplice “poesia mitologica”, grazie alla maturazione dell’approccio nei confronti dei Veda di cui oggi fortunatamente disponiamo in seguito alla comprensione del loro senso celato. La straordinaria meditazione e riflessione sul piano semantico prima ed ontologico poi è evidente nel volume, stanza per stanza. Non vi è mai una sola volta in cui vengano ripetute traduzioni ed espressioni in modo automatico, ma gli stessi vocaboli, coerentemente al polisemantismo vedico, vengono di volta in volta resi in questa o in quell’altra espressione capace di sposarsi meglio con il contesto del maṇḍala e perfino con lo stile personale del singolo veggente.

Tuttavia, realizzare una traduzione non è solo questione di fedeltà allo spirito del testo, di varietà linguistica o di bravura. Non è neppure questione di aver realizzato le verità che si vogliono tradurre, sicché da tener fede alla vocazione vicaria e mediatrice della Parola. Si tratta soprattutto di assurgere ad una funzione pedagogica, di guidare, per così dire, mano nella mano il lettore alla scoperta di un universo terminologico a lui nuovo. E questo Iorco lo fa magistralmente. Le descrizioni e le introduzioni degli inni si adattano, assieme al linguaggio, ad uno sviluppo graduale della coscienza del lettore in armonia con le letture esoteriche ed analogiche delle stanze Ṛgvediche. Giusto un esempio, per chiarire. I primi inni appaiono tradotti con pregnante sintesi, insistendo sul simbolismo della Vacca di Luce. Ma gli inni successivi divengono via via più approfonditi, con un maggior numero di versi a parità di metro poetico. Sviluppando tutte le sfumature simboliche (Agni, l’Ospite, le Erbe, Pṛśni, ecc...), Iorco getta luce anche su tutto ciò che gli altri traduttori del passato bollavano come “oscuro” solo perché non in linea con i loro pregiudizi naturalistici, evoluzionistici o ritualistici. I casi di Vena e di Trita sono emblematici. Non troverete nessun altro traduttore vedico italiano o di altra lingua (eccetto Śrī Aurobindo) che specifichi con chiarezza l’identità di queste importanti figure. Dopo avere letto tutte le traduzioni in tedesco, inglese e hindi, posso dire che il volume di Iorco non è eguagliato, per qualità e profondità, da nessun’altra opera, eccetto alcuni brani dell’antologia vedica di Panikkar e la moderna versione del dott. Kashyap del SAKSI (restauratore della recensione originale in devanāgarī nel ‘97). Possiamo quindi affermare che il servizio reso da Iorco alla lingua, allo spirito ed alla cultura classica degli italiani (non mancano di rado gli interessanti paragoni col greco e col latino) diviene una pietra miliare per gli studi del settore e, particolarmente, per i sinceri ricercatori della Verità; pietra preziosa incredibilmente sottovalutata negli ambienti accademici: ma, d’altronde, non è sempre stato così per i veri studiosi? Da troppo tempo ormai era sentita l’esigenza di quest’opera nel nostro paese e tutto il mio plauso va alla casa editrice “La Calama” per la sua pubblicazione. Non si può non concludere con i meravigliosi versi del veggente Dīrghatamas, adattati liberamente dalle stanze 39,41 e 42 dell’inno I, 164, il mio preferito, nonché vera chiave di volta dell’intero edificio Vedico: chi non conosce l’eterna sillaba dei Veda, la Vetta più alta su cui tutti i celesti riposano, che cosa può egli avere a che fare con questi versi? Solo coloro che la conoscono siedono qui in pace e concordia. (...) La Parola siede nell’alto dei cieli, attorniandosi di migliaia di sillabe eterne: da Lei scorrono i Flussi e per mezzo di Lei ogni cosa vive. Il mio desiderio è che quest’opera possa guidare i lettori a scoprire il mistero della Parola e dell’Essere con la medesima genuina spontaneità innocente del popolo vedico.

Kenan Digrazia
Università degli Studi di Catania
Dipartimento di Fisica ed Astronomia "Ettore Majorana"



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