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RECENSIONE DEL PROF. DE MARTINO


La prestigiosa rivista internazionale (cartacea) di studi linguistici wékwos (3) nel suo ultimo numero ha appena pubblicato una lunga recensione (da pag. 312 a pag. 314) della nostra edizione del Ṛgveda. La riportiamo integralmente qui di seguito.

È redatta dal Prof. Marcello De Martino, orientalista di fama mondiale, linguista, filologo e storico dell’antichità; già docente in università straniere (State University of New York at Buffalo, USA; Institute of Asian Studies of Madras, India; University of Pennsylvania, USA), attualmente è docente presso un ateneo elvetico; è membro dell’American Academy of Religion e ha al suo attivo numerosi saggi innovativi sulle diverse teorie linguistiche del pensiero grammaticale antico occidentale (latino e greco) e orientale (sanscrito e tamil).

In apertura della lunga recensione del Prof. De Martino, i redattori della rivista hanno apposto tali note:

       Titolo della sezione: Comptes rendus d’ouvrages

10. Tommaso IORCO, Ṛgveda, traduzione integrale in versi italiani, testi originali devanāgarī a fronte, introduzione e note esplicative a cura di Tommaso Iorco, La Calama editrice, Pontedera 2016, pp. 2096. Prix : 80€.



Di questi tempi fare cultura è un’impresa coraggiosa; e molto coraggiosa è infatti l’opera meritoria della piccola casa editrice La Calama di Pontedera fondata nel 2014 da Leonardo Cellai, la quale si prefigge grandi propositi editoriali da raggiungere: lo scorso anno essa ha voluto pubblicare tutto il corpus ṛgvedico con testo originale devanāgarī a fronte (ma anche con molti brani traslitterati nei commenti), per un totale di 2096 (!) pagine in cui finalmente il lettore italiano può trovare tutta la sapienza vedica tradotta nell’elegante versione italiana approntata da Tommaso Iorco, di professione poeta, drammaturgo nonché traduttore per i tipi dell’associazione Aria Nuova, da lui stesso costituita nel 1989, delle opere di Śri Aurobindo Ghose (K.R. Iyengar Srinivasa, Sri Aurobindo. A Biography and a History, Sri Aurobindo Ashram Publication Department, Pondicherry 2006) e della sua compagna, conosciuta come Mère, al secolo Mirra Alfassa (Idem, On the Mother. the Chronicle of a Manifestation and a Ministry, Sri Aurobindo Ashram Publication Department, Pondicherry 1994). Finalmente si fornisce uno strumento di studio in italiano che sostituisce almeno in via preliminare l’opera omologa di Friedrich Max Müller (Rig-Veda-Sanhita, the Sacred Hymns of the Brahmans; together with the commentary of Sayanacharya I-VI, W.H. Allen & Co., London 1849-1875 [I-IV, W.H. Allen & Co., London 1890]) dei Sacred Books of the East (A.L. Molendijk, Friedrich Max Müller & the Sacred Books of the East, Oxford University Press, New York, NY 2016), linguista e orientalista di enorme erudizione nonché fondatore della cosiddetta Comparative Mythology (L.P. van den Bosch, Friedrich Max Müller. A Life Devoted to the Humanities, Numen Book Series 94, Leiden 2002), di cui il sottoscritto è un cultore che si professa indegno seguace del magistero dello studioso tedesco (M. De Martino, ARCANA VERBA. II. Fortuna e Iuppiter nel loro background indoeuropeo. Il «motivo della Sorte esteso», Bari-S. Spirito 2015 e Le divine gemelle celesti. Sacertà del Fuoco centrale e semantica dell’Aurora nella religione indoeuropea, Speaking Souls-Animæ Loquentes 2, Agorà & Co., Lugano 2017) oltre che del grande comparatista delle religioni indoeuropee Georges Dumézil (Idem, ARCANA VERBA. I. Fortuna e Iuppiter nel loro background indoeuropeo. La polemica tra Brelich e Dumézil e il «motivo della Sorte», Roma 2013), rifondatore della medesima disciplina, chiamata New Comparative Mythology (C.S. Littleton, The New Comparative Mythology. An Anthropological Assessment of the Theories of Georges Dumézil, University of California Press, Berkeley-Los Angeles, CA-London 1973 [1966]): si dirà che Tommaso Iorco non ha la statura scientifica di un Friedrich Max Müller, ma sicuramente il commentatore e traduttore di Ṛgveda ha la “sapienza” che gli deriva dalla frequentazione con gli scritti di Śri Aurobindo (Il segreto dei Veda, prima e seconda parte, Aria Nuova edizioni, Capiago Intimiano 2005 [ed. orig. inglese: Sri Aurobindo Ashram Publication Department, Pondicherry 1998]), al contempo mistico e studioso classicista. Infatti, dopo aver compiuto studi classici (latino e greco antico) al King’s College dell’University of Cambridge, Sri Aurobindo ritornò in India nel 1893, dove diventò segretario particolare del Mahārājaḥ dello stato di Baroda, quindi Ministro dell’Educazione e docente di lingue presso la locale università, di cui in seguito sarebbe stato anche vicerettore. Dal 1906 al 1910 dettava l’agenda della lotta politica del Bengala, ma il suo scopo ultimo era quello di conseguire l’indipendenza dell’India dalla Gran Bretagna fomentando uno stato permanente di rivolta e preparando a tal fine l’insurrezione armata. Egli diventò ben presto il leader indiscusso del movimento rivoluzionario indiano. Nel gennaio del 1908 Sri Aurobindo ebbe però un’esperienza che gli avrebbe cambiato totalmente la vita: ritirandosi per tre giorni sotto la guida di Vishnu Bhaskar Lele, uno yogin nativo del Mahārāṣṭra, egli raggiunse lo stato spirituale del Nirvāṇa; tale profondo cambiamento interiore, comunque, non gli avrebbe precluso al momento la partecipazione alla vita politica attiva. Ma le sue potenzialità interiori trovarono ancora un’occasione favorevole per essere espresse. Rinchiuso nel carcere di Alipore dalla polizia inglese nel maggio dello stesso anno, vi sarebbe rimasto in una cella di isolamento in attesa del processo per un anno: durante questo lungo periodo Sri Aurobindo avanzò così tanto nelle sue pratiche spirituali da portarlo ad elevatissimi livelli di coscienza. Uscito di prigione, trovò la situazione politica peggiorata dalle feroci azioni di rappresaglia del governo britannico; ormai, però, la sua azione era destinata ad esplicarsi su un piano differente da quello della realtà: il 4 aprile 1910 giunse a Pondicherry, enclave francese in India meridionale, da dove non si sarebbe più mosso. Qui Sri Aurobindo si accinse a quel “vero lavoro”, quell’evoluzione spirituale di respiro universale, quel raggiungimento della Supermind (“Sopramente”) per la cui attuazione sarebbe stato supportato da Mirra Alfassa. Così, affiancato da Mère quale devota seguace e compagna (che fu poi fautrice della creazione di Auroville, una cittadella vicino a Pondicherry ispirata ad ideali di egualitarismo ed elevazione spirituale sul modello dell’Utopia di Tommaso Moro), alla fine, il 24 novembre 1926 Śri Aurobindo si ritirò dalla scena pubblica, vivendo di sola meditazione e ascesi nella sua stanza da cui non sarebbe più uscito se non alla sua morte avvenuta il 5 dicembre del 1950. Così, possiamo ben dire che il Ṛgveda di Tommaso Iorco edito da La Calama editrice fa da pendant alle edizioni del testo ṛgvedico in lingua inglese di R.T.H. Griffith (The Hymns of the Rigveda, translated with a popular commentary, E.J. Lazarus and Co., Benares: I, 1889; II, 1890 [Benares: I, 1896; II, 1897]) e in lingua tedesca di H. Grassmann (Rig-veda. Übersetzt und mit kritischen und erläuternden Anmerkungen, F.A. Brockhaus, Leipzig I: 1876; II: 1877), non scadendo mai nelle fumisterie “teosofiche” di ispirazione blavatskyiana tanto deprecate dallo stesso Müller (I. Lubelsky, Celestial India. Madame Blavatsky and the Birth of Indian Nationalism, Equinox, Sheffield and Oakville 2012, pp. 39-76), ma anzi dimostrando un approccio ermeneutico al testo da cui si evince un buon background di studi (si veda il suo saggio Dai Veda a Kalki. L’India nel disegno terrestre, Aria Nuova edizioni, Capiago Intimiano 2003), che ben si appaia all’afflato lirico che traspare dalla versione italiana – e ciò è esattamente il mélange che caratterizzava l’opera critica di Śri Aurobindo: per esempio, a p. 1075, a margine dell’inno 13° del VII libro (Maṇḍala), si spiega concisamente ma in modo congruo il significato dell’epiteto vaiśvānara (per i vari significati si consulti L. De Vries, vaiśvānará-, in “Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung” 93, 1, 1979, pp. 8-24), laddove nell’inno successivo, il 14°, che come il precedente è dedicato al dio-fuoco Agni, si illustra brevemente in una nota in calce a p. 1077 il senso simbolico del termine ghṛta con cui si indica il “burro chiarificato” (per un’esauriente descrizione del ghī (o ghee con anglicismo) si rimanda a D. Illingworth, G.R. Patil e A.Y. Tamime, Anhydrous Milk Fat Manufacture and Fractionation, in A.Y. Tamime, Dairy Fats and Related Products, Wiley-Blackwell, Oxford 2009, pp. 126-157). Il libro in questione, pur nella sua notevole mole, è di agevole lettura e la resa grafica del devanāgarī è perfetta, così da poter rendere il testo usufruibile dagli specialisti del settore, indologi o indoeuropeisti; al contempo la versione italiana è formalmente piacevole e immediatamente intelligibile, riuscendo a far superare (o a non far trasparire troppo) le oscurità semantiche insite nel ductus del testo ṛgvedico le quali hanno portato spesso a pesanti e ad altrettanto inintelligibili cruces interpretum. Ṛgveda de La Calama è quindi un’opera benvenuta nel panorama editoriale italiano e si spera che essa possa suscitare un rinnovato interesse nel nostro Paese per la cultura e la religione più antiche dell’India.


Marcello De Martino



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