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ṚGVEDA: IL VANGELO DELLA SOPRAMENTE


Sri Aurobindo: «I criptici versi del Ṛgveda […] contengono, sia pur celatamente, il vangelo della Sopramente divina e immortale, e attraverso il velame giunge a noi qualche illuminante bagliore. Mediante le affermazioni contenute nel Ṛgveda, siamo in grado di ravvisare tale Sopramente, concepita come una immensità oltre i firmamenti consueti della nostra coscienza, in cui la verità dell’essere è luminosamente una con tutto ciò che la esprime e assicura inevitabilmente la verità della visione, della formulazione, dell’organizzazione, della parola, dell’azione e del movimento e, per conseguenza, pure la verità del risultato del movimento, dell’azione e dell’espressione dell’ordine e della legge infallibili. Una vastità che tutto comprende in sé; in tale vastità, una verità e una armonia luminose dell’essere e non un caos amorfo o una oscurità smarritasi; una verità di legge, di azione, di conoscenza, espressiva di questa armoniosa verità d’essere: questi sembrano essere i termini essenziali della descrizione vedica. Gli dèi, che nella loro più alta e segreta entità sono poteri di tale Sopramente, nati da essa, installati in essa come nella loro appropriata dimora, sono nella loro conoscenza “coscienti-della-verità” e nella loro azione possiedono la “volontà veggente”. La loro coscienza-forza, volta alle opere e alla creazione, è posseduta e condotta da una perfetta e diretta conoscenza della cosa da farsi, della sua essenza e della sua legge — una conoscenza che determina un potere volitivo pienamente efficace, che non devia né incespica nel suo procedere o nei suoi risultati, bensì esprime e compie nell’azione, in modo spontaneo e inevitabile, quanto è stato colto nella visione. La Luce è qui una sola cosa con la Forza, le vibrazioni della conoscenza sono tutt’uno con il ritmo della volontà, e entrambe sono un’unica cosa, perfettamente e senza tentativi, brancolamenti o sforzi, con la certezza del risultato. La Natura divina possiede un duplice potere: una spontanea formulazione e organizzazione di sé, che scaturisce genuinamente dall’essenza della cosa manifestata e ne esprimono la verità originaria, e una forza autogena di luce, inerente alla cosa stessa e fonte della sua spontanea e inevitabile organizzazione-di-sé.

Esistono inoltre particolari secondarî, ma rilevanti. I veggenti vedici sembrano fare allusione a due facoltà primarie dell’anima “cosciente della verità”: la Vista e l’Udito, mediante cui vengono designate le operazioni dirette di una Conoscenza inerente, la quale può essere descritta come una visione-di-verità e un ascolto-della-verità che da luoghi remoti vengono a riflettersi nella nostra mente umana mediante le facoltà della rivelazione e dell’ispirazione. Inoltre, nelle operazioni della Sopramente una distinzione pare sussistere fra la conoscenza ottenuta da una coscienza comprendente e pervasiva, assai vicina alla conoscenza soggettiva per identità, e la conoscenza ottenuta da una coscienza apprendente che si proietta, confronta, costituente l’inizio della cognizione oggettiva. Queste sono le suggestioni vediche. E di tale vetusta esperienza possiamo accettare il termine supplementare “coscienza-di-verità” per designare la connotazione di Sopramente, che è una espressione più elastica.

Notiamo subito che una simile coscienza, descritta con tali caratteristiche, deve costituire una formulazione intermediaria che si riferisce da un lato a un termine che è al di sopra e precedente a essa, dall’altro a un termine che è seguente e al di sotto; al tempo stesso, rileviamo che essa rappresenta in modo evidente l’anello di congiunzione mediante il quale l’inferiore si sviluppa dal superiore e, per conseguenza, mediante il quale può nuovamente tornare alla propria sorgente. Il termine al di sopra è costituito dalla coscienza unitaria o indivisibile del puro Saccidananda, in cui non esistono distinzioni separatrici; il termine al di sotto è costituito dalla coscienza analitica o separatrice della Mente che può unicamente conoscere operando divisioni e separazioni, avente al meglio una vaga e secondaria percezione dell’unità e della infinità — poiché, pur quando riesce a effettuare una sintesi delle sue frammentazioni, non può pervenire a una vera totalità. Tra di essi, risiede questa coscienza comprendente e creatrice che, per il proprio inerente potere di coscienza onnipervasivo e onnicomprensivo, è figlia di quella consapevolezza-di-sé per identità che costituisce l’equilibrio del Brahman e, grazie al suo potere di conoscenza che si proietta, confronta, apprende, è genitrice di quella consapevolezza ottenuta mediante la distinzione che è tipica del procedimento mentale.

Al di sopra, la formula dell’Uno eternamente stabile e immutabile; al di sotto, la formula del Molteplice che, eternamente mutevole, cerca ma difficilmente trova, nel flusso delle cose, un punto di riferimento sicuro e immutabile; nel mezzo, la sede di tutte le trinità, di tutto ciò che è uno e duale, di tutto ciò che diviene l’Uno-nei-Molti e che tuttavia rimane l’Uno che è sempre potenzialmente Molteplice. Tale termine intermedio è dunque l’inizio e la fine di ogni creazione e organizzazione, l’Alfa e l’Omega, il punto di partenza di qualsivoglia differenziazione, lo strumento di ogni unificazione, che genera, esegue e porta a compimento tutte le armonie realizzate o realizzabili. Esso possiede la conoscenza dell’Uno, ma è capace di trarre dall’Uno le sue moltitudini nascoste; manifesta il Molteplice, e tuttavia non si perde nelle sue differenziazioni.»

The Life Divine (cap. XIV - The Supermind as Creator).



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