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SRI AUROBINDO
NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA


«Sri Aurobindo nasce a Calcutta il 15 agosto 1872. Nel 1879 viene inviato dal padre in Inghilterra, per compiere gli studi classici, in particolare a Cambridge, nel prestigioso King’s College. Durante i quattordici anni trascorsi in Inghilterra, Sri Aurobindo acquisisce un’ampia conoscenza della cultura dell’Europa antica, medioevale e moderna. Profondo conoscitore del greco e del latino, egli apprende inoltre francese, italiano, tedesco e spagnolo. Rientrato in India nel 1893, lavora nello Stato di Baroda in qualità di Ministro dell’Educazione e presso l’Università di Stato, prima come insegnante di francese e inglese, infine come Vice-Rettore; inizia a studiare la condizione sociale e economica del suo paese, al fine di verificare le possibilità pratiche di una rivolta contro gli inglesi. In quegli anni, comunque, proseguono i suoi approfondimenti letterari e linguistici, apprende il sanscrito e alcuni idiomi indiani moderni (in primis il bengali, sua lingua materna) e, ovviamente, si dedica alla versificazione, pubblicando le sue prime opere poetiche. Nel 1905 viene nominato Magnifico Rettore dell’Università di Baroda ma, a causa della spartizione del Bengala in due stati, appena operata dagli inglesi, Sri Aurobindo si dimette per trasferirsi a Calcutta, nel cuore dell’agitazione politica, allo scopo di lanciarsi apertamente nella lotta rivoluzionaria. Nel 1906 nasce il quotidiano politico Bande Mataram, di cui Sri Aurobindo sarà il maggiore editorialista e redattore, giornale che presto diventerà il portavoce del grido unanime di decine di milioni di indiani. Lo stesso anno viene aperta la prima università nazionalista, con Sri Aurobindo come Rettore. E tra ottobre e dicembre dello stesso anno egli assume la guida del Partito nazionalista. Il Vicerè dell’India lo considera, per citarlo testualmente, «l’uomo più pericoloso con il quale abbiamo a che fare». È impossibile rendere l’idea delle dimensioni dell’impegno politico condotto da Sri Aurobindo in questi anni. Tuttavia, non trascura la sua attività preferita: la poesia, continuando a comporre e pubblicare sue opere. Al principio del 1908 si ritira per tre giorni in una stanza e, sotto la guida di uno yogi, entra nel Nirvana. Qualche mese dopo, il 2 maggio, la polizia lo arresta e lo conduce nel carcere di Alipore, dove resterà per un intero anno in attesa del processo a suo carico, dal quale uscirà scagionato da ogni accusa. Durante l’anno di detenzione, nella cella d’isolamento, approfondisce quelle esperienze interiori che lo condurranno progressivamente a ciò che lui stesso definirà «il segreto dell’azione». Uscito di prigione il 6 maggio 1909, trova la scena politica svuotata dalle esecuzioni e dalle deportazioni di massa compiute dal governo britannico, e si rimette subito al lavoro: fonda due quotidiani, uno in lingua inglese (Karmayogin) e uno in bengali (Dharma) nei quali, per l’ennesima volta, proclama l’ideale dell’indipendenza totale e della non-cooperazione con gli inglesi e cerca di riaggregare i pochi uomini ancora disposti a contrastare il dominio britannico. Ma nel febbraio del 1910 viene avvertito che verranno a arrestarlo con qualche falsa accusa; qualche giorno più tardi, s’imbarca segretamente per Chandernagore, nel Bengala orientale, che lascerà poco dopo per sbarcare a Pondicherry, all'epoca enclave francese. Qui, prende forma quello che lui stesso definisce il suo «vero lavoro», che porterà a compimento grazie all’aiuto della sua compagna, una francese di padre turco e madre egiziana che lui chiama semplicemente Mère, la Madre. Ma, anche in questo caso, Sri Aurobindo non trascura l’attività letteraria, comprendente la direzione (tra il 1914 e il 1920) di una rivista filosofica, Arya, nella quale prendono forma le sue maggiori opere in prosa — ricordiamo le più significative: La Vita Divina, La sintesi degli yoga, Il ciclo umano, L’ideale dell’unità umana, i Saggi sulla Gita, Il segreto dei Veda, oltre a studi di linguistica comparata di straordinario valore e a testi di saggistica. In tali opere, Sri Aurobindo illustra la propria visione del mondo e dell’evoluzione, creando quella che il premio Nobel Romain Rolland definirà «la più vasta sintesi mai realizzata tra il genio dell’Asia e il genio dell’Europa». E Aldous Huxley presto dirà: «Sri Aurobindo è il Platone delle generazioni future». Durante la seconda guerra mondiale, Sri Aurobindo si schiera pubblicamente a favore degli Alleati, cercando (invano, purtroppo) di far capire ai capi politici indiani dell’epoca (compreso Gandhi), l’importanza di contrastare con ogni mezzo le pericolosissime mire espansionistiche di Hitler. Dopo avere percorso le strade spirituali del passato, consistenti nelle più svariate esperienze di comunione divina e di realizzazione interiore, Sri Aurobindo si lancia oltre, alla ricerca di una più completa esperienza capace di unire i due poli dell’esistenza: la Materia e lo Spirito. La maggior parte dei percorsi mistici battuti nel passato conducono in un aldilà che sbocca al di fuori della vita terrestre. L’ascesa spirituale compiuta da Sri Aurobindo costituisce invece il preludio di una discesa della luce e del potere dello Spirito nella Materia allo scopo di renderla sua degna espressione. Il mondo manifesto non è un errore o una vanità o un’illusione da rigettare dall’anima che fa ritorno al cielo o che entra nel nirvana, bensì la scena di una evoluzione spirituale per mezzo della quale dall’Incoscienza originaria avviene una manifestazione progressiva della Coscienza divina celata nelle cose. La mente rappresenta la più alta vetta finora raggiunta dall’evoluzione terrestre, non la più elevata in assoluto. Al di sopra della mente esiste una Coscienza-di-Verità, una divina Gnosi sopramentale che detiene spontaneamente la luce e il potere della suprema Conoscenza divina e la cui discesa sulla terra è destinata a portare un radicale cambiamento nella vita e nella materia. Sri Aurobindo considererà sempre la poesia il suo principale veicolo espressivo: così, nella seconda metà della sua vita, impiega il suo genio artistico per donarci una ricchissima produzione di versi che, con uno stile tutto personale, affianca alle architetture strofiche classiche il moderno frammentismo lirico e la sperimentazione metrica (fra le altre cose, è probabilmente l’unico poeta in lingua inglese ad avere affrontato con successo la difficile impresa del metro quantitativo, lasciandoci un intero poema epico in esametri quantitativi, Ilion), opere drammaturgiche e, soprattutto, nel corso degli ultimi trentasei anni, si dedica al suo capolavoro, Savitri, un poema epico in blank verse di oltre ventitremila versi, nel quale illustra l’essenza del suo messaggio e del suo vero lavoro, come solo la poesia può fare.»

Tommaso Iorco



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