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CHE COSA RAPPRESENTA DADHYAṄ NEL ṚGVEDA?

In una decina di inni rigvedici ricorre un curioso personaggio, noto con il nome di Dadhyaṅ (o anche Dadhyañc o Dadhyac). Si tratta di un ṛṣi della famiglia degli Atharvan (i rinomati sacerdoti del Fuoco mistico), collegato a un particolare mito posto in stretta relazione con i divini gemelli Aśvin. In epoca post-vedica, su di lui (il cui nome viene talvolta riportato con l’ulteriore variante Dadhīca) fiorirono diverse altre narrazioni, di eterogenea natura. Ma è il simbolismo rigvedico che intendiamo qui approfondire.

Partiamo dal suo nome, il quale significa, tradotto il più letteralmente possibile, “aspersore di latte cagliato”. Chi ha compulsato la nostra traduzione (o il saggio di Sri Aurobindo “Il segreto dei Veda”, tradotto in italiano e pubblicato dai tipi di aria nuova edizioni), ha avuto modo di apprendere che il latte cagliato, nel simbolismo rigvedico, rappresenta il mistico latte della Vacca-di-Luce, condensatosi nell’intelletto dell’umano aspirante — si tratta dunque della illuminazione spirituale che la Grande Dea riversa nei ricercatori sinceri.

Leggendo le strofe rigvediche che riguardano il personaggio in questione, apprendiamo anzitutto che il dio Indra gli impartì la pravargyavidhyā e la madhuvidyā. Si tratta di due forme di conoscenza esoterica, la seconda delle quali è considerata (pure nelle Upaniṣad) la più elevata in assoluto, in quanto verte su quel “miele” (madhu) rappresentante il supremo Ānanda (l’assoluta Beatitudine dell’Essere). Indra, elargendogli un simile dono, stabilì che egli non svelasse a nessuno tali conoscenze, pena la perdita della testa. Gli Aśvin, tuttavia, lo convinsero a venir meno ai patti e a confidar loro la segreta gnosi. Per proteggerlo dalla minaccia di Indra, gli sostituirono la testa con quella di un cavallo (aśva, termine strettamente in sintonia con gli Aśvin fin dal loro nome, rappresenta l’energia dinamica, la pura volontà di potenza; quanto agli Aśvin stessi, Sri Aurobindo illustra che incarnano il ricorrente dualismo vedico di Potere e Luce, Conoscenza e Volontà, Coscienza ed Energia). Quando Indra, come preavvisato, spiccò il capo a Dadhyaṅ, gli Aśvin si premurarono, subito dopo, di rimettergli la sua testa originale. Notiamo, di passaggio, che in diverse tradizioni euroasiatiche si attribuiscono poteri benefici e protettivi alle teste di cavallo (intagliate nel legno e poste sui frontoni delle case), allo scopo di allontanare influssi maligni.

Riportiamo a questo punto la traduzione delle tre strofe rigvediche più importanti (estrapolate da tre diversi inni contenuti nel primo libro del Ṛgveda) in relazione al mito suddetto:

«Quel Portento proclamo, Condottieri,
come il tuono la pioggia, per la crescita;
Dadhyaṅ, figlio di Atharvan, dal Cavallo
per testa, il Miele in voi ha scoperto.» (I.116.12).
«La testa di Dadhyaṅ, figlio d’Atharvan
rimpiazzaste con quella d’un Cavallo;
ed egli rivelò la Via del Miele,
il profondo segreto di Tvaṣṭār.» (I.117.22).
«Api, le lodi, per il vostro Miele;
gli Uśij invocan l’ebbrezza di Soma;
il veggente Dadhyaṅ illuminaste
e, con la testa del Cavallo in capo,
a voi parlò, rivelando i segreti.» (I.119.9).

Un ulteriore inno (I.84) narra di come Indra riuscì a uccidere i novantanove Vṛtra per mezzo di un’arma micidiale costruita con le ossa di Dadhyaṅ. Anche in questo caso, ricordiamo come le ossa di cavallo assunsero facoltà apotropaiche in varie tradizioni indoeuropee; per limitarci a fare un esempio, in Inghilterra e nel Galles venivano talvolta conficcate nei muri portanti delle case. Probabili vestigia di tradizioni celtiche.

Inoltre, in un passaggio contenuto nel nono libro del Ṛgveda, si considera Dadhyaṅ come uno dei mitici veggenti Navagvā (“dai nove raggi”) che aprirono per l’essere umano il Passaggio verso l’immortalità. Questa la strofe in questione:

«Il Navagva Dadhyaṅ fu grazie a te
che spalancò le Porte e i sofi ottennero
e gli dèi conseguirono le glorie
dell’amabile amṛta beatifico.» (IX.108.4).

Dadhyaṅ, si cennava, è figlio di Atharva, indicato come il ṛṣi che, per primo, mediante un processo di zangolatura del Cielo (puṣkara), fece scaturire il dio Agni dalla sommità dell’universo (viśvasya mūrdnaḥ); dopodiché, Dadhyaṅ poté accendere Agni, il quale divenne l’uccisore delle forze ostili (Ṛgveda, VI.16.13-14). In un altro passaggio, apprendiamo che Atharva fu colui che scoprì (o forse addirittura lastricò) il sentiero conducente alla scoperta delle Vacche-di-Luce estorte dai malvagi Paṇi (I.83.5 — yajñair atharvā prathamaḥ pathastate). Atharva significa “fermamente stabilito” (l’aggettivo atarvyam, ci ricorda l’antico grammatico Sāyaṇa, significa “impossibilitato a muoversi”). Possiamo a questo punto giungere al completo svelamento del simbolismo: Atharva rappresenta il primo potere originario del Fuoco mistico (Agni), saldamente stabilito nell’essere umano; tale potere genera Dadhyaṅ, una speciale manifestazione di sé, avente la precipua funzione di costituire l’irradiazione della Fiamma divina. Le due parti di cui è costituito il suo nome, dadhi e añc, veicolano il senso del potere di irradiazione della luce spirituale nell’umano intelletto; nell’inno rigvedico X.46, dadhi viene utilizzato come aggettivo, con il significato di “sostenitore” («uno che stabilmente preserva intatto» lo yajña, per ricorrere nuovamente alla interpretazione di Sāyaṇa; si vedano pure gli inni rigvedici dedicati a Dadhikrās, il divino Agni che, in forma di Cavallo, è in pieno possesso della facoltà dadhi). Pertanto, mentre Atharvan palesa e stabilisce il Fuoco divino nell’intero composito dell’umano ricercatore della verità, Dadhyaṅ rappresenta un potere peculiare, preposto a stabilire tale irradiazione spirituale nelle parti più elevate della mente, quelle maggiormente ricettive alla luce della conoscenza superiore. Egli possiede la conoscenza del più profondo mistero cosmico: l’intero universo è scaturito dall’inalienabile Gioia dell’Essere, ma ha subito una deformazione che ha prodotto il suo contrario: la sofferenza; sanare tale deformazione, rendere il Divenire una perfetta espressione dell’Essere è esattamente lo scopo dell’Opus rigvedico. Per attuare una simile opera alchemica, occorre anzitutto spodestare le potenze che ne ostacolano l’attuazione — e, a tale scopo, le ossa di Dadhyaṅ si rivelano l’arma migliore. Colui che, tra gli uomini, si presta a una simile radicale palingenesi, deve anzitutto raggiungere un più ampio e libero dinamismo delle energie vitali — ed è a questo scopo che gli Aśvin vengono invocati. Tale coppia divina, una volta assorbita in sé l’originaria Delizia dell’esistenza (il madhu o ‘miele’), possono riversarla su quanti sono in grado di riceverla. Quindi, Dadhyaṅ può illuminare la sfera intellettuale e rimodellarla in una vera e propria mente-di-luce, essendo egli un navagva, un essere dotato dei nove raggi-di-luce, capace di scovare e liberare in noi la luce nascosta nelle caverne del subconscio. Tuttavia, tale “conoscenza-del-miele” (madhuvidyā) non può essere comunicata attraverso la fredda razionalità analitica, che frammenta e seziona; per questo gli Aśvin forniscono a Dadhyaṅ una testa di cavallo: così facendo, gli conferiscono quel potere attivo capace di rimodellare la mentalità nervosa (aśva, prāṇa) dell’uomo in uno strumento di gnosi e di progressiva illuminazione spirituale.

Riportiamo ora la strofe rigvedica cui abbiamo fatto riferimento, in cui Indra annienta i novantanove Vṛtra per mezzo di un’arma micidiale costruita con le ossa di Dadhyaṅ —

Le ossa di Dadhyaṅ, l’invitto Indra
contro i novantanove Vṛtra usò. (I.84.13).

Le ossa rappresentano, nel Ṛgveda, la struttura materica; nel caso del ṛṣi Dadhyaṅ, hanno assorbito una quantità sufficiente di Luce da renderle capaci di dissipare le tenebre della multiforme ignoranza, simboleggiata dai novantanove Vṛtra. Ma per sbaragliare completamente e definitivamente l’ignoranza cosmica (non solo nella formazione soggettiva di qualche singolo umano iniziato, bensì nella sostanza oggettiva dell’universo), occorre vincere un ulteriore Vṛtra, il centesimo, che completa la serie delle potenze contrarie alla trasformazione.

Nel Ṛgveda, Indra è la divinità suprema e, contemporaneamente, non lo è. In quanto dio della Mente, al momento rappresenta il massimo potere di manifestazione del Divino. Tuttavia, affinché la piena trasformazione del mondo materiale possa effettivamente avere luogo, occorre la manifestazione di un potere Altro rispetto alla Mente, che Sri Aurobindo chiama per l’appunto SOPRAmentale, e che il Ṛgveda identifica nel dio-sole Sūrya. Lo stesso Indra è il dio della volta celeste illuminata dai raggi di Sūrya — la luminosità di Indra deriva da quell’altro e più grande potere divino, vera fonte di Luce. Il sorgere di Sūrya è destinato a scalzare Indra dal proprio trono di re degli dèi e di sovrano universale: per questo Indra viene raffigurato mentre prepara il sentiero al carro dell’Aurora ma, in ultimo, ne ostacola l’avvento sulla Terra!

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